Sentirsi italiani o esserlo per legge?

Ius SoliIus soli“, ovvero il diritto alla sola (fregatura alla romana), presupponendo che sia un diritto l’essere cittadino italiano. In parole povere… se i tuoi genitori, immigrati, pagano le tasse al governo italiano e risiedono vivendo continuamente in Italia (ovvero producono reddito e si muovono sul territorio avendo casa e tutto il corollario che sembra essere una conditio sine qua non) e sei nato in Italia, ovvero concepito in un rapporto sessuale tra i tuoi genitori immigrati, consumato su territorio italiano, all’interno di un letto (condizione non obbligatoria, ma sicuramente consigliata da quel profilo vagamente cattolico che pervade lo stivale), allora puoi essere italiano senza aspettare i 18 anni.

18 anni? Sì, infatti… Adesso la legge, o il legislatore, figura vagamente ispirata ad un Salomone molto irritato e estremamente permaloso, ti permette solo di diventare italiano al compimento della maggiore età e fino a NON OLTRE i 19 anni: “Trade line” un po’ come si fa nel calciomercato. Oltre il 30 agosto niente tesseramenti. E qui non hai neanche lo svincolo.
Quindi la situazione è che bambini e adolescenti che parlano italiano (meglio di alcuni politici che li avversano), ragionano italiano, mangiano italiano, vivono in Italia, i cui genitori pagano regolarmente le tasse (per non avere servizi come succede al resto della nazione), non hanno la cittadinanza.

Solo in Italia si riesce a fare questo. Il discorso apre tre questioni:
1. Una questione che va avanti dal Risorgimento, quando Milano era Austriaca (Salvini lo sa?). Storicamente l’idea che Milano e la Lombardia, come tutto il nord est appartenga all’Italia è una idea vaga e estremamente teorica. Milano, Roma, Napoli e Palermo erano sotto lo stesso governo con l’impero Romano, dopo no. Ma a Milano parlavano italiano e per quanto possano pensare taluni beoni, i milanesi e tutti i Lombardi si sentivano italiani e non austriaci. L’idea di essere italiani non nasceva da una territorialità, ma dalla comunanza ideale culturale. Erano Italiani e basta, lo avevano dentro. Il disagio era tale che (lo sappia Salvini) i milanesi insorsero il 18 marzo del 1848 in uno di quei rari episodi in cui è il sentimento diffuso a fare la forza. Stringiamoci a coorte appunto. 5 giornate di cui si celebra l’eroismo ma non si centra il punto. Quelli erano Italiani e non austriaci perché per come la vedevano, anche se la diversità storica parlava di altra identità, per quanto cosmopolita, questa identità non era riconosciuta come la propria. La Lombardia era italiana per cultura e appartenenza. Al che “fratelli d’Italia”. Ovvero l’intima fratellanza di chi non è mai stato insieme, ma sa che è così. Non era un fatto di razza, bianchi gli austriaci, bianchi i lombardi, era un fatto di retaggio. Oggi in terra d’Italia si nega un diritto che è retaggio culturale.
2. Una questione costituzionale. Siamo diversi e va bene. I genitori di costoro vengono da posti diversi, con culture diverse. Vengono in un paese che garantisce il Diritto come forma di concordia tra le genti. Recita l’articolo 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale  e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.” Il punto centrale è nelle prime tre parole “tutti i cittadini”. Questi bambini o adolescenti non hanno la cittadinanza. Per cui quest’articolo a loro non si applica. Si giustifica insomma un paradosso. Dal momento che i genitori provengono da luoghi diversi, si nega ai figli la cittadinanza che dovrebbe essere loro per diritto di nascita e quindi anche il resto dell’articolo non può essere consono a loro. Sono diversi. Non hanno diritti. Non uno “lo Ius soli”, ma tutto il resto dei diritti: ovvero, questi bambini e ragazzi non hanno “pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.” Si celebra quindi l’apoteosi della diversità o di un piano, totalmente tricolore, in cui si riesce a mettere nel limbo migliaia di persone. Un limbo in cui vince l’ibrido della mancanza. Questi ragazzi sono quindi da conteggiare nella categoria statistica di altro. Viene negato il diritto allo sviluppo ed in senso lato alla vita.
3. Negli Stati Uniti di Trump vige ancora la legge secondo la quale dal momento che i genitori immigrati regolari che lavorano su suolo americano, pagando le tasse, fanno si che i figli sono automaticamente Statunitensi. Neanche si pongono il problema. Contribuire alla confederazione da diritto alla cittadinanza della prole nata sul territorio. Se ti chiami infatti Barack Obama, e non necessariamente John Smith, puoi fare il Presidente. È esattamente la definizione di Sogno Americano. Al di là di Trump, viene riconosciuto il diritto. Trump se l’è presa con i cosiddetti irregolari e non con tutti gli immigrati come la si vorrebbe far passare. A nessuno in America verrebbe in mente una roba stile Italia. È una forma di governo basata sull’immigrazione. Noi invece abbiamo il DIRITTO sotto forma di LEGGE SCRITTA, che è pensiero ordinatore che giustifica se stesso. Avendo il diritto, abbiamo meno bisogno di pensare e la necessità di obbedire. Eppure in una accezione più ampia, quella dell’integrazione di cittadini italiani non ancora italiani è tipicamente italiana. In una società basata sull’assistenzialismo più basso, in cui ad avere più diritti è colui che ha di meno o ha più bisogno, non c’è una reale crescita allo sviluppo, ma si ha la necessità di fare una lista delle sfortune per avere il DIRITTO all’assistenza. Più hai sfiga, più hai assistenza, più fai parte di una categoria “bisognosa” più la collettività si fa carico delle spese della tua sfortuna. Da qui la piaga dei falsi invalidi che flagellano i veri aventi diritto o i tortuosi meccanismi per avere una casa fino ad arrivare al pervasivo uso dell’arroganza e del sopruso nel richiedere ciò che non spetta. Da parte di chi contribuisce e non ha posto nelle categorie della sfiga spetta il carico dell’uguaglianza. Se non hai tragedie sei fortunato. È un sistema particolare, ma è così. Anche in questo caso si è fatta una ulteriore categoria, ma essendo una categoria ibrida, da una parte c’è il contributo, dall’altra manca l’appartenenza reale a categorie “protette”. Anzi, manca l’appartenenza e manca la protezione. Manca per l’ennesima volta quello che viene ribadito in art. 3 nella seconda parte: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.” Se la Repubblica non ti riconosce è difficile esistere. La classifica dell’assistenzialismo si arricchisce di una nuova categoria, gli italiani inesistenti, ovvero tutto quello che mettete nella categoria “altro”. La forma più bassa di assistenzialismo, così bisognosi da non esistere. La filosofia della sfortuna è rispettata ed il sistema è soddisfatto.

Ma la conclusione, al di là dei codici e codicilli è semplice.

In una nazione democratica (Demo-Cratica non grilli-diota) non ci si pone la domanda se si è italiani se si nasce in italia, né si pongono età, non c’è bisogno di legiferare o mettersi in bocca parole come “integrazione e uguaglianza”, non c’è bisogno. Sei italiano per retaggio, se prima di te si è accettata una regola ed il costume secondo le quali attraverso il contributo alla Re Pubblica si assume il dovere della cittadinanza ed il diritto di appartenenza; nascere o no in Italia non è una discriminante e non rilevante, ma sentirsi italiani vuol dire riconoscersi in un sistema di valori aperto, in cui esiste diritto di parola ove c’è il carico della responsabilità collettiva. È il motivo per cui il diritto viene dopo il dovere, ed è conseguenza ed assunzione di quest’ultimo, al di là delle leggi e del legislatore. Valeva per gli insorti di Milano del 1848 e vale per tutti coloro sentendosi italiani trovano di fronte a loro il senso dell’iniquità che rende schiavi.

Chi è l'autore?

Fabrizio Mignacca
Fabrizio Mignacca
Psicologo Psicoterapeuta, già Docente a contratto presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell'Università Tor Vergata. Docente nei corsi di aggiornamento per la Polizia di Stato per Roma e Provincia, Docente presso la Camera Penale di Cassino. Consulente di parte civile in numerosi casi nazionali ed internazionali tra i quali: il processo per l’omicidio di Amanda Knox , parte civile per il risarcimento dei danni a Raffaele Sollecito, Consulente associazione “per Roberta” nell’ambito del caso della scomparsa di Roberta Ragusa, Consulente della Procura per la scomparsa di “Pasqualino Porfidia”. Collabora con numerose testate giornalistiche ed è ospite in trasmissioni televisive della Rai e per Sky Tg24.

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