Violenza sulle donne: ecco perché i social sono complici

Violenza sulle donne: perché i social sono compliciDopo i recenti fatti di cronaca con protagoniste involontarie donne vittime di violenza sessuale, L’Espresso pubblica un’inchiesta che colpisce come uno schiaffo in faccia e toglie il fiato come un pugno nello stomaco.

L’inchiesta analizza il comportamento degli utenti iscritti nei gruppi chiusi su Facebook; per chi non lo sapesse, i gruppi chiusi sono quelli al cui contenuto si può accedere solo se iscritti; e ci si può iscrivere solo rispettando determinati requisiti stabiliti dagli amministratori del gruppo.

Nei gruppi presi in esame da Maurizio Di Fazio – il giornalista de L’Espresso che ha curato l’inchiesta – senza controllo alcuno da parte dei gestori di Facebook, avviene lo scambio di foto di donne inconsapevoli (quasi sempre in pose normalissime…) date in pasto come carne da macello a uomini che si fa fatica a definire tali.

Leggete l’articolo che trovate qui. Se arrivate fino in fondo al testo senza provare una strana sensazione addosso, senza la voglia di spaccare la faccia a quei cavernicoli, senza vergognarvi di appartenere al genere umano… se non provate almeno una di queste sensazioni, smettete di leggere anche questo articolo, posso rinunciare a lettori come voi…

Com’è possibile che Facebook accetti queste porcherie mentre il suo algoritmo blocca i comuni mortali per molto meno?

Com’è possibile che trogloditi di tal specie possano violare spudoratamente il codice penale senza che nessuno intervenga?

Dove ci siamo persi, noi uomini, quel pezzettino di DNA che ci rendeva degni di essere chiamati uomini?

Dove abbiamo perso il pudore del nostro intelletto, diventando istinto come qualsiasi animale?

Come siamo arrivati fin qui? Colpa dei social? Colpa di Facebook? Potrei raccontarvi di chat da brivido su C6 tra gli anni Novanta e primi anni Duemila. Eppure all’epoca c’erano ancora i freni inibitori di chi, se non altro, si nascondeva dietro un nickname. Vigliacco certo, ma consapevole dello schifo di uomo che era.

Oggi no. Oggi ci si presenta, nella maggior parte dei casi, con nome e cognome. Oggi tutto è normale, c’è un senso di impunità e del disprezzo verso l’altro (donna o uomo che sia) che spaventa perché rende normale l’orrore.

Tocca però ai gestori degli spazi web (social, blog, siti, chat…) mantenere pulita la Rete. Come? Rinunciando a qualche click, a qualche visualizzazione, a qualche euro.

Perché questo deve essere chiaro: alle società proprietarie dei social (quotate in Borsa!), a chi costruisce e diffonde fake news, ai gestori dei siti web, conviene avere più utenti possibili. E per raggiungere tale obiettivo, molti calpestano l’etica e la dignità delle persone, delle donne soprattutto, rendendosi complici di quei crimini.

Purtroppo però, come scrive Maurizio Di Fazio, “tante donne soffrono in silenzio, e l’umiliazione del cyberbullismo a sfondo sessuale si mescola alla paura e alla frustrazione. Denunciare alla polizia postale sembra inutile, e su Facebook nessuna grande campagna di pulizia e polizia interna è in corso. L’importante, si sa, è rispettare i suoi “standard specifici”. La dignità femminile non fa parte dell’algoritmo.

Già! Dalle parti di Menlo Park il rispetto della dignità femminile non sembra un grosso problema…

Chi è l'autore?

Domenico A. Di Renzo
Domenico A. Di Renzo
Nato nel giugno del 1975. Lavora nella Pubblica Amministrazione.
Ama la Politica. Sì, quella con la “P” maiuscola. Nativo del Partito Democratico. Per diversi anni Responsabile Internet e componente del Comitato Direttivo del Partito Democratico di San Clemente (Rimini).
Appassionato di musica; è autore di testi iscritto SIAE e diplomato al CET di Mogol.
Prova ad essere, nel suo piccolo, il “cambiamento che vorrebbe vedere nel mondo” (cit. Mahatma Gandhi).

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